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Israele e programma nucleare iraniano
Israele e programma nucleare iraniano

Come abbiamo considerato nel precedente articolo, la strategia attuata finora da Israele e Stati Uniti è stata quella del contenimento della minaccia nucleare iraniana. Questa strategia ha richiesto un ingente investimento di risorse, economiche e di intelligence, ma ha permesso ad Israele di conseguire risultati considerabili, oggigiorno, come soddisfacenti.

Tuttavia, è necessario ricordare come negli scorsi anni Tel Aviv abbia proceduto anche alla predisposizione dei preparativi per un intervento militare diretto.

Questo non significa che in ultima istanza si debba forzatamente giungere allo scontro armato fra Israele e Teheran. Si tratta infatti, di una normale procedura che in particolari situazioni di crisi viene elaborata, e che troverà attuazione solamente nel caso in cui tutte le altre strategie precedentemente attuate abbiano condotto ad un fallimento. Governi ed eserciti, di fronte a sfide particolarmente complesse, come la proliferazione nucleare di un attore ritenuto ostile, si riservano la possibilità di far affidamento a soluzioni differenti, a seconda dell'evolversi della situazione. Gli aspetti da considerare con attenzione in questa fase, riguardano le possibili motivazioni che possano portare Israele dalla fase di studio e predisposizione dell'intervento militare a quella di attuazione.

In primo luogo, l'eventualità più concreta è una compromissione della strategia di contenimento attuata finora. Consideriamo ad esempio l'eventualità che a ridosso o durante un repentino e inaspettato progresso scientifico, effettuato dai tecnici iraniani, avvenga una compromissione della rete di infiltrazione in Iran. L'arresto di agenti collaboranti con i servizi segreti israeliano e lo smantellamento di intere reti di spionaggio attive in territorio iraniano comporterebbe una inevitabile restrizione negli accessi agli impianti e la perdita della capacità, per le agenzie di intelligence israeliane e statunitensi, di disporre di informazioni aggiornate. Compromettendo, fra le altre cose, la possibilità di effettuare ulteriori atti di sabotaggio degli impianti stessi.

Un'altra eventualità, anche se a mio giudizio piuttosto remota, potrebbe consistere in un più generale fallimento delle attività di stima della reale pericolosità del programma nucleare iraniano. I dati raccolti dall' intelligence potrebbero improvvisamente rilevarsi errati, o anche semplicemente incompleti, ed aver portato gli analisti all' elaborazione di analisi sottostimanti il reale grado di sviluppo del programma nucleare iraniano. Ad esempio la mancata individuazione di particolari installazioni di ricerca sotterrane, o l'errato rilevamento del grado di arricchimento dell'uranio da parte degli apparti installati negli stati confinanti, (ipotesi anch'essa piuttosto irrealistica).

Fra le ultime ipotesi è da considerarsi la possibilità che un paese terzo fornisca tecnologie o semplicemente informazioni scientifiche agli scienziati iraniani, rendendo possibile un rapido progresso dell'attività di ricerca, consentendo in tempi relativamente brevi la rapida risoluzione di problematiche complesse. Pensiamo ad esempio alla fornitura di nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio o ad indicazioni per lo sviluppo delle centrifughe esistenti. Il supporto potrebbero consistere anche nella fornitura di sistemi d'arma sofisticati, in grado di compromettere eventuali interventi militari esterni. Qualora si verifichi l'impossibilità di bloccare una fornitura di questo genere di tecnologie, Israele potrebbe scegliere l'opzione di un intervento militare preventivo. Questa situazione potrebbe determinarsi nell'eventualità che la Federazione Russa fornisca i sistemi di difesa aerea S300 all'esercito iraniano.

Esistono poi situazioni di carattere politico che potrebbero favorire un intervento militare israeliano, come una crisi interna al regime iraniano, un repentino cambiamento della politica estera iraniana, oppure il probabile intervento di un paese terzo, in grado di garantire un certo margine di sicurezza a Teheran, favorendo il proliferare della minaccia nucleare iraniana. Fra le eventualità di carattere politico è più interessante considerare quelle che potrebbe spingere Israele ad evitare l'intervento militare. Pensiamo al verificarsi di un cambiamento diplomatico sullo scenario politico internazionale dovuto a scelte politiche di altri attori chiave regionali come i paesi arabi del Golfo o la Turchia. L'altra eventualità realizzatasi con la “Primavera Araba” è la destabilizzazione dell'intera regione ove risiede la potenziale minaccia. In questo caso un eventuale intervento militare potrebbe causare un'accentuazione di tutta l'instabilità regionale, favorendo il sorgere di altre minacce ostili ad Israele. L' Egitto potrebbe mantenere un ruolo ambiguo favorendo una certa instabilità a Gaza e nel Sinai, dalla Siria destabilizzata potrebbero giungere nuove minacce contro Tel Aviv, Hezbollah in Libano percependosi potenzialmente minacciata potrebbe intervenire con un massiccio attacco contro lo stato israeliano. Questo genere di eventualità potrebbero ridurre la disponibilità di forze aeree e reparti speciali a disposizione di Israele, durante un eventuale raid militare contro l'Iran.

Proprio la possibilità di una destabilizzazione regionale resta una delle eventualità che più preoccupano Tel Aviv e Washington. Alcuni anni fa il comandante dell'esercito statunitense l' Ammiraglio Mullen e l'allora comandante di Tzahal Gabi Ashkenazi, si incontrarono per valutare il possibile conflitto su tutti i fronti che Israele sarebbe stato chiamato ad affrontare a seguito di una destabilizzazione regionale conseguentemente ad un' azione militare contro l'Iran. Si sarebbero aperti fronti in Libano, in Siria, a Gaza e in Egitto nel Sinai. Oggi, anche a seguito delle rivolte arabe dello scorso anno, è evidente come tutti questi fronti siano già destabilizzati. Ciò non consentirebbe ad Israele di avventurarsi in ipotetici azioni militari contro lo stato iraniano senza lasciare aperte gravi problematiche di sicurezza con gli stati confinanti. Per quanto durante quell'incontro l'esercito israeliano cercò di rassicurare l'ammiraglio Mullen, questi rimase perplesso circa le effettive capacità di Israele di far fronte a questo scenario.

Inoltre non dobbiamo dimentica come un intervento militare contro le installazioni nucleari iraniane sarebbe un'operazione particolarmente complessa. Per diversi motivi: la distanza degli obbiettivi da colpire, l'ubicazione dei medesimi obbiettivi, la necessità di coordinamento perfetto delle operazioni, l'utilizzo di cacciabombardieri con tipologie speciali, la necessità di eludere i sistemi radar o distruggere le installazioni antiaeree, i rifornimenti in volo, l'eventualità di dover fronteggiare contemporaneamente più attacchi ostili su diversi fronti e l'ipotesi di vedere l'esercito direttamente coinvolto in azioni nel territorio iraniano. Senza ignorare l'eventualità che alcuni stati confinanti potrebbero intervenire per far fronte ad una violazione dei propri spazi aerei.

In diverse occasioni sono state svolte esercitazioni militari simulanti il bombardamento degli impianti. Squadriglie di F15 ed F16 hanno condotto numerose esercitazioni mirate nel Mediterraneo, simulando il volo fra obbiettivi a distanze paragonabili se non identiche a quelle che separano le basi israeliane ad alcuni degli impianti nucleari iraniani. Medesime esercitazioni sono state condotte con forze speciali trasportate su elicotteri, anche in territorio estero, come in Romania dove le caratteristiche montuose del territorio offrono scenari simili a quelli che potrebbero essere incontrati in Iran, vicino a specifici impianti. Israele aveva anche predisposto alcune basi militari in Georgia, che sono poi state smantellate dall'esercito russo durante la guerra russo-georgiana nel 2008. Queste basi ospitavano alcuni droni per lo spionaggio degli impianti nucleari iraniani. Non è chiaro se sarebbero poi state utilizzate durante un' eventuale azione militare di attacco. Recentemente l'Azerbaijan ha preso il posto della Georgia consentendo ad Israele sia la possibilità di utilizzare alcune basi della propria aviazione, sia il proprio spazio aereo. Israele ha anche predisposto attacchi di cyber warfare ed electronic warfare da attuare nel caso in cui venga dato il via libera al raid militare. Verrebbero colpiti i sistemi di comunicazione e di difesa aerea all'interno dello stato iraniano. Sono anche stati condotti scambi di informazioni con stati occidentali, fra cui l'Italia, su come utilizzare moderni sistemi tecnologici per eludere i sistemi di difesa aerea ostili. A riguardo occorre ricordare che l'unico Awacs a disposizione dell'esercito iraniano è misteriosamente precipitato diversi mesi fa, durante una parata aerea. Senza questo genere di aerei i sistemi radar di Teheran hanno un campo di azione drasticamente ridotto.

Teheran ha anche adottato delle contromisure. Fornendo sistemi radar a Hezbollah, garantendosi un monitoraggio di Israele da queste installazioni in Libano. Oltre a ciò Teheran ha sviluppato alcuni missili di medio raggio. Recentemente Hezbollah ha lanciato un drone spia, di presunta fabbricazione iraniana, nei cieli del Libano. Questo drone attraversando i confini è entrato nello spazio aereo israeliano, dove è stato abbattuto. Secondo le dichiarazioni di alcuni ufficiali dell'esercito iraniano il drone prima di essere abbattuto avrebbe raccolto preziose informazioni di intelligence in territorio israeliano. Ipotesi smentita da Tzahal. Curiosamente questo incidente è occorso a breve distanza da un presunto atto di sabotaggio avvenuto nell'impianto di Fordo in Iran, dove viene arricchito l'uranio. Israele ha attuato una serie di contromisure contro la minaccia congiunta di Hezbollah e Teheran. Oltre ad aver ricevuto, negli scorsi anni, una notevole quantità di carburante militare per i propri aerei, ha acquistato bombe di ultima generazione particolarmente sofisticate. Ma l'evento più importante è stato sicuramente l'installazione di sistemi di difesa particolarmente sofisticati. Un nuovo sistema radar, particolarmente avanzato, è stato installato nel deserto del Negev. Prodotto negli Stati Uniti è gestito direttamente da personale statunitense e per motivi di sicurezza l'accesso all'installazione è vietato anche al personale israeliano. Aspetto che ha causato non poche critiche in Israele in quanto, pur essendo un sistema di difesa monitorante la minaccia iraniana, questo apparato può anche osservare tutte le attività dell'aviazione israeliana.

L'esercito statunitense e gli apparati di intelligence non si sono solo limitati ad osservare molto da vicino la situazione, monitorando sia le mosse iraniane sia quelle israeliane, ma hanno anche condotto una serie di esercitazione nel Golfo Persico. Sono stati simulati diversi scenari come: la forzatura di un blocco navale dello stretto di Hormuz, operazioni di sminamento del medesimo stretto, la simulazione di ipotetici scontri diretti con le forze iraniane, l'intercettazione di missili iraniani lanciati dalle coste contro le navi della marina statunitense, fino al confronto con improvvisate imbarcazioni kamikaze. Ovviamente nessuna di queste minacce è in grado di compromettere l'operatività della marina statunitense, anche se non è da escludersi che nel verificarsi di queste situazioni, la marina stessa possa subire delle perdite.

Dal punto di vista politico gli Stati Uniti si trovano oggi in una fase di stallo. La loro presenza nella regione mediorientale è in una fase critica. Ogni incertezza nel contrasto del programma nucleare iraniano, consegnerebbe al mondo l'immagine di una potenza militare in declino, di un impero debole e spinto ad una ritirata strategica, anche a causa di questione economiche. Sicuramente l'impatto sarebbe ben maggiore della reale portata effettiva, tuttavia favorirebbe lo sviluppo di ulteriori minacce e la loro diffusione in tutta l'area mediorientale. Ciò non toglie che gli Stati Uniti oggi non possono permettersi, visti anche i tagli al bilancio, avventure militari di cui non si può intravedere i confini, la reale portata e i termini.

In Israele, per quanto il lettore possa risultare stupito la situazione non è differente. I preparativi, e le relative dichiarazioni alla stampa secondo cui Israele sarebbe pronto al raid militare, sono state solo una minaccia nei confronti di Teheran. Questa minaccia è stata resa il più credibile possibile, ma a tale minaccia difficilmente faranno seguito azioni concrete nei prossimi mesi. Israele non dispone più di un governo con una maggioranza parlamentare dal mese di maggio. La crisi politica interna si è concretizzata nel mese di settembre e per l'inizio del 2013 i cittadini torneranno al voto per eleggere la nuova Knesset. Di fronte a questo vuoto politico è difficilmente ipotizzabile qualsivoglia azione militare. Resta poi inalterata la contrarietà di importati uomini politici, fra cui ex comandanti dell'esercito, e di alcuni membri dello stesso governo Netanyahu, ad ogni scelta che comporti l'intervento militare. Per molti lettori potrà sembrare strano, ma proprio i vertici del Mossad e dei servizi segreti dell'esercito, unitamente ai vertici dell'esercito, sono stati fra i più forti oppositori all'ipotesi di condurre un raid militare contro Teheran.

Il vero obbiettivo di molte dichiarazioni ed azioni poste in essere, minacce incluse, sembrerebbe uno solo, quello di evitare la guerra rendendola credibile

Questo articolo fa parte di una breve analisi pubblicata in tre parti e segue al precedente articolo: "Il Programma Nucleare Iraniano, la Possibile Proliferazione Regionale e le Strategie di Contenimento"

Lorenzo Adorni