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Barack Obama
Barack Obama

Contrastare il declino della potenza americana nel mondo. Questo è l'aspetto comune a diversi impegni di politica estera della nuova amministrazione Obama. L' America di Bush che ha agito come potenza egemone appartiene al passato. Il tentativo di proporsi come attore cardine di un sistema unipolare, anche con un ricorso spregiudicato all'uso della forza, come in Afghanistan e Iraq, è fallito.

Con esso è fallita la strategia della destra repubblicana statunitense di condurre gli Stati Uniti ad essere l'unica superpotenza egemone. Con la crisi di questo modello di interpretazione del ruolo della potenza americana nel mondo, ha subito un significativo arresto anche il progetto di condurre gli Stati Uniti oltre la vittoria nella guerra fredda, ovvero di concepire un nuovo ruolo della potenza militare statunitense nel nuovo mondo, non più bipolare. Dopo il fallimento dell'era Bush, non è ancora stata elaborata nessuna nuova dottrina alternativa.

Obama, nel suo primo mandato, si è limitato ad amministrare l'amministrabile. Il ritiro dall'Iraq era inevitabile, sia per l'insostenibilità economica della guerra, sia per il sacrificio di vite umane. Il teatro iracheno è stato stabilizzato quel tanto che bastava a permettere un ritiro non troppo indecoroso. La situazione in Afghanistan è anche peggiore. Intere zone del paese non sono mai state sotto il controllo dell' ISAF. Le forze NATO hanno già rinunciato ad affrontare sistematicamente il nemico, investendo le risorse nell'addestramento delle truppe afghane, in vista del futuro ritiro della coalizione. I militari afghani, dispiegati al di fuori dell'area della capitale, sono molto spesso dislocate in avamposti indifendibili e cesseranno di combattere il giorno stesso in cui l'ultimo soldato occidentale abbandonerà il paese. Oltre che una sconfitta per gli Stati Uniti, l'Afghanistan è una sconfitta per l'intera NATO. Alleanza che in assenza di nuove sfide, sembra avviata verso un lento declino.

Certamente anche in passato gli Stati Uniti sono stati costretti ad affrontare significative crisi, fallimenti in politica estera e sconfitte militari. Differentemente dal passato però, oggi il mondo non è più caratterizzato dal bipolarismo. Non esistono solo due attori egemoni impegnati in un confronto serrato. Non esistono solo governi ed eserciti alleati che si contrappongono a governi ed eserciti ostili. La competizione fra libero mercato ed economia socialista appartiene alla storia. Lo scenario mondiale è radicalmente cambiato. Il mondo odierno è caratterizzato dal recente sviluppo di potenze regionali che influenzando la politica delle proprie aree geografiche di appartenenza, influenzano anche la politica mondiale. In questo contesto le sfide sono proliferate e le soluzioni apportate a problematiche complesse trovano frequentemente un'applicazione non duratura e instabile nel tempo. Pensiamo ad esempio ai rapporti diplomatici della Turchia di Erdogan. Oppure al cambiamento di alleanze fra i regimi mediorientali a seguito della “Primavera Araba”. Probabilmente non siamo ancora pienamente entrati in un sistema internazionale multipolare, ma la crisi economica rischia di accelerare questo processo.

Contrariamente a quanto si possa pensare, la potenza americana non è avviata verso un inevitabile e rapido declino. Gli Stati Uniti hanno sempre dimostrato forti capacità di adattamento a scenari differenti e complessi, sia in politica estera sia in campo economico. Inoltre la crisi statunitense non comporta l'ascesa automatica di altre potenze. Come il declino può non essere costante e dare luogo a periodi di ripresa, anche l'ascesa di altre potenze quali la Cina può essere rallentata e affrontare periodi di crisi, non solo per cause economiche, ma anche per cause derivanti da problemi politici e sociali interni. La Cina non è un paese indirizzato verso un costante progresso economico. Contiene invece al suo interno contraddizioni e problematiche, come una diffusione eterogenea dello sviluppo e dell'industrializzazione, o della distribuzione della ricchezza fra zone urbane e rurali, nonché la corruzione. Aspetti che potrebbero rallentare l'ascesa al ruolo di potenza mondiale. Il declino di una potenza non comporta automaticamente l'ascesa di altre al rango di potenze egemoni.

Nonostante ciò, non bisogna sottovalutare il ruolo odierno di paesi, non solo come la Cina, ma anche come India, Brasile, Turchia e Federazione Russa, che agiscono come attori chiave all'interno del proprio contesto regionale. Questi attori regionali ritagliano proprie sfere di influenza, e condizionandole, influenzano l'intera politica mondiale. Non solo in termini di politica estera e bilanciamento della potenza militare, ma anche per quanto concerne l'economia globalizzata e interdipendente. In questa situazione le sfide in politica estera per gli Stati Uniti si moltiplicano. Affrontarle richiede in primo luogo un' ingente investimento di risorse economiche, di cui gli Stati Uniti, alle prese con significativi problemi di bilancio, non dispongono più. In secondo luogo si rende necessario disporre di un peso politico di cui gli Stati Uniti non godono più. Sia a causa dei fallimenti della dottrina Bush sia a causa della crisi economica che ha reso il modello americano meno attrattivo a livello globale. Inoltre si rende necessario disporre di un esercito in grado di affrontare sfide diversificate contemporaneamente.

Tipologia di esercito a cui Washington sembrerebbe aver rinunciato con i recenti tagli al bilancio della difesa: circa 450 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Senza poter escludere l'eventualità che questi tagli vengano raddoppiati e portati fino a mille miliardi di dollari nel prossimo decennio. L'amministrazione Obama sarà quindi costretta a ridisegnare la presenza militare statunitense nel mondo. Rivedere il dispiegamento delle truppe, le caratteristiche delle basi militari e la tipologia dei propri armamenti. Procedure che, paradossalmente, richiedono enormi investimenti di risorse economiche.

Le iniziative in politica estera statunitensi devono quindi essere sapientemente soppesate al fine di non disperdere le risorse, preservare i rapporti con gli alleati, mediare fra le diverse richieste e non causare reazioni scomposte da parte di attori ritenuti ostili. Sotto questo punto di vista, un'area di significativo interesse dove gli Stati Uniti dirotteranno ingenti risorse, anche a scapito della NATO e degli alleati europei, è l'Asia del Sud e il Sud-Est asiatico. In questa regione l'amministrazione Obama è impegnata a garantirsi dei validi rapporti commerciali ed economici con la Cina, percependo però al contempo Pechino come una potenziale minaccia all'egemonia americana. Washington punta strategicamente a contenere la potenza cinese, senza che la Cina stessa si percepisca come accerchiata e minacciata a sua volta. Cercando in ogni modo di escludere confronti troppo diretti ed eventuali crisi regionali.

Questa politica è difficilmente conciliabile con le richieste dei propri alleati nell'area, i quali vorrebbero un contenimento più incisivo della potenza cinese.
L'Australia è ampiamente favorevole all'installazione di nuove basi militari della marina statunitense. In aperto contrasto con la Cina, dimostratasi particolarmente irritata da questo aumento della presenza statunitense nell'area. Pechino da anni è impegnata in una vasta opera di riarmo della propria marina militare, sia con lo sviluppo di nuovi sottomarini dotati di missili balistici intercontinentali sia con la realizzazione di diverse navi portaerei, causando una crescente preoccupazione fra tutti gli alleati statunitensi nell'area.

Esiste poi un altro possibile fattore destabilizzante: la Corea del Nord. Una minaccia, sia per la Corea del Sud, che per il Giappone. Seoul ha dichiarato all'amministrazione Obama che non tollererà più nuove provocazioni, fra cui i test missilistici nordcoreani. Chiedendo inoltre che il programma nucleare di Pyongyang sia più incisivamente contrastato. Futuri incidenti fra le marine militari nordcoreane e sudcoreane potrebbero portare a scontri ben più gravi di quelli che hanno visto il bombardamento delle isole sudcoreane di Yeonpyeong nel 2010. La Corea del Sud ha inoltre richiesto maggiori garanzie a Washington, compresi nuovi armamenti ( già in parte forniti ) e un comando militare integrato, in grado di porre in atto rapide reazioni contro eventuali aggressioni nordcoreane. Il Giappone pur essendo preoccupato per la pericolosità di Pyongyang è ostile ad una maggior presenza militare statunitense sul proprio territorio.
Nonostante Tokyo continui a percepire l'espansionismo marittimo cinese come una minaccia, non a caso si è recentemente sfiorata la crisi con Pechino per le isole Senkaku-Diaoyu, potrebbe essere interessata a perseguire una politica indipendentemente, ricercando con Pechino una serie di vantaggiosi accordi industriali. Collaborazione economica che la crisi economica interna allo stato nipponico rende sempre più indispensabile.

Sempre l'economia e la necessità di nuovi canali commerciali potrebbe favorire un riallineamento fra Pakistan e India. Fra queste due potenze nucleari potrebbe maturare un' importate svolta. Sono in via di definizione una serie di accordi commerciali in grado di stabilizzare i rapporti fra i due stati. Washington dovrà sapientemente mediare fra le esigenze dell'India e la necessità di non deludere il Pakistan, attore chiave nel processo di stabilizzazione dell'Afghanistan.

Sia il caso giapponese che il caso indiano rappresentano un valido esempio di come gli attori regionali possano andare oltre le storiche rivalità e perseguire scopi non sempre coincidenti con le pressioni diplomatiche esterne che giungono da Washington.
La situazione del Sud Est asiatico è un chiaro esempio di come gli Stati Uniti siano chiamati ad effettuare pericolosi equilibrismi fra le esigenze dei diversi attori regionali. Tentando di garantirsi buone relazioni diplomatiche con gli alleati, ed evitando contemporaneamente crisi con stati che percepiscono queste attività come ostili. I tradizionali attori regionali alleati di Washington hanno dimostrato, e dimostreranno sempre più, un rinnovato slancio in politica estera. Non esitano ad agire da soli, anche sospinti dalla crisi, perseguendo i propri obbiettivi commerciali ed economici non sempre coincidenti con le volontà statunitensi.

Nel suo primo mandato, l'amministrazione scelta da Barack Obama ha frequentemente subito il corso degli eventi, anche durante la “Primavera Araba”, le relative crisi dei regimi politici e le successive elezioni.
Queste richieste di cambiamento da parte delle popolazioni arabe e Nord africane sono giunte pressoché inaspettate. Senza che nessuno all'interno dell'amministrazione Obama sapesse comprendere anticipatamente le istanze e i fattori che hanno contribuito a determinale. Washington non ha saputo descrivere un modus operandi che gestisse il cambiamento.
Durante la crisi egiziana l'amministrazione Obama ha in un primo tempo descritto Mubarak come valido alleato, successivamente ha dichiarato che la situazione era difficilmente accettabile e infine ha fortemente sospinto i vertici dell'esercito egiziano a rimuove l'anziano dittatore.
In Libia l'intervento militare statunitense è stato dovuto principalmente alla necessità logistica di supportare i paesi europei già intervenuti. Conclusasi questa prima fase, dettata dalla comune volontà di liberarsi di Gheddafi, Washington ha lasciato la crisi libica alla gestione degli stati europei. Quindi sostanzialmente in balia del nulla. Dimostrando ancora una volta come non esistesse da parte statunitense nessun disegno, nessuna più ampia visione, della gestione delle crisi dei regimi arabi e nord africani.

Lo sviluppo delle rivolte arabe ha subito una certa influenza dalla volatilità e dall'aumento dei prezzi delle materie prime alimentari. Un problema significativo, spesso sottovalutato dai media. In conseguenza dei tagli al bilancio, gli Stati Uniti dovranno ridurre gli aiuti erogati a numerosi stati e non è da escludersi un ridimensionamento dei programmi di aiuto alimentare. Come queste riduzioni incideranno sulla stabilità di numerosi regimi politici, resta un'incognita. Alcuni analisti statunitensi ipotizzano che potrebbero causare nuove crisi politiche, in particolar modo in alcune zone dell'Africa, già minate dall'instabilità causata dal fondamentalismo islamico.

La Turchia resta un'alleato chiave nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo, ma anche la politica estera turca si concilia sempre meno con la visione di Washington, come nel caso della crisi siriana in cui l'amministrazione Obama si è dimostrata molto più cauta rispetto al dinamismo di Ankara, o nel caso riguardante la proliferazione nucleare iraniana. Ankara vuole rassicurazioni sia come alleato strategico di Washington nell'area sia come partner NATO. La politica estera della teocrazia iraniana obbliga gli Stati Uniti ad confronto diplomatico costante con tutti gli altri attori chiave della regione: gli stati arabi sunniti del Golfo, l'Egitto, Israele e la stessa Turchia. I colloqui preliminari, in corso da due settimane fra l'amministrazione Obama e il regime iraniano dovrebbero dare il via a delle trattative più concrete nel breve periodo. Un cambiamento potrebbe materializzarsi con le elezioni iraniane del Giugno 2013, ma nel complesso la situazione resta incerta e difficilmente prevedibile.

La Russia di Putin sempre più circondata dallo scudo antimissile statunitense, sembra essere rilegata ad un ruolo minoritario nei rapporti con gli stati europei. Isolare la Russia dall'Europa resta uno degli obbiettivi primari della politica di Washington. Obbiettivo rinnovato con la crisi economica europea. Fra i componenti dell'amministrazione Obama è diffuso il timore che qualche stato europeo inizi a guardare alla Federazione Russa come nuovo partner strategico per la fornitura di risorse energetiche a prezzi contenuti, o per nuove relazioni commerciali.

Nella recente campagna elettorale americana la politica estera ha rivestito un ruolo minore. Entrambi i canditati erano a conoscenza del fatto che, anche a causa dei tagli al bilancio, sarebbe stato impossibile promettere forti cambiamenti in questo campo. Nonostante ciò, oggi Obama è obbligato a formulare una nuova strategia, un nuovo modo di concepire la presenza degli Stati Uniti nel mondo e i rapporti con gli altri stati nello scenario politico internazionale. Un modello di relazioni obbligatoriamente diverso da quelli del passato, una strategia che influenzerà influenzerà gli Stati Uniti ben oltre la stessa amministrazione del presidente Obama.

Lorenzo Adorni

Fonti:

  • “ 2012 Global Forecast. Risk, Oppurtunity, and the Next Administration”, Center for Strategic and Ineternational Studies, Washington, 2012
  • “ Capacity and Resolve. Foreign Assessments of U.S. Power”, Center for Strategic and International Studies, Washington, June 2011
  • Le fonti normalmente utilizzate per a descrizione di eventi e fatti di politica estera sono: “New York Times” , “Washington Post” e “Wall Street Journal”

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