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Nel dicembre scorso, a diversi anni di distanza dalla seconda invasione americana, l'Iraq è stato scosso da una lunga serie di attentati. Baghdad, a poche ore di distanza dal quasi definitivo ritiro delle truppe americane, è stata dilaniata da una serie di quindici attentati coordinati estremamente gravi e cruenti.

L' instabilità politica dello stato iracheno, già notevolmente accresciuta, rischia di aggravarsi di fronte alla nuova fase di cambiamento, estremamente complessa, che sembra ora prospettarsi. Il ritiro statunitense ha dato il definitivo via libera ad una serie di attori, che in maniera assolutamente conflittuale fra loro, mirano ad ottenere il controllo politico del paese.

In questa fase, la storica conflittualità fra sciiti e sunniti non è più l'elemento primario destabilizzante ma, l'aspetto secondario ed esteriore di elementi conflittuali profondi e radicati. Sia la componente sciita, così come la componente sunnita, sono oggi divise al loro interno in diverse fazioni, ciascuna portatrice di interessi differenziati. Il primo ministro iracheno, al-Maliki, a capo di una coalizione sciita, negli scorsi mesi ha intrapreso una lunga serie di attività volte ad accentrare, nelle proprie mani, il potere politico e militare. Sia assumendo il pieno controllo di alcuni ministeri, ed estromettendo ogni forma di controbilanciamento politico e di verifica dell'operato svolto, sia ottenendo il controllo delle forze speciali, addette a mantenere la sicurezza nella capitale e all'interno dei palazzi di governo. Le forze politiche sunnite, in aperto contrasto con il primo ministro, hanno avanzato, nelle scorse settimane, la richiesta di nuove elezioni. al-Maliki, non curante dell'eventuale ripresentarsi di una nuova crisi politica, si è spinto oltre, chiedendo a sua volta l'arresto del vice presidente Tariq al-Hashemi, uno dei massimi esponenti sunniti. L'accusa mossa, nei confronti di al-Hashemi, è quella di essere stato l'istitutore di violenti gruppi armati, responsabili a loro volta dell'assassinio di numerosi civili sciiti. Secondo alcune fonti di stampa, al-Hashemi ora si troverebbe rifugiato in una zona curda dove godrebbe del supporto di alcuni esponenti locali. Negli scorsi giorni, persino la componete sciita radicale, facente capo all'ormai noto Muqtada al-Sadr, e anch'essa impegnata politicamente nel sostegno del primo ministro al-Maliki, ha avanzato la richiesta di nuove elezioni. Questa mossa dei sadristi può trarre in inganno. Differentemente da quanto si possa credere, non si tratta della reale richiesta di una nuova fase politica ma, si tratta di un'esplicita minaccia volta ad influenzare l'operato e le scelte politiche di al-Maliki. Il quale è divenuto primo ministro e vertice della coalizione sciita, proprio grazie al supporto della componente politica sadrista. Sullo sfondo di questa fase politica, vi è anche il malcontento dell'ex componente baathista. Rimasta al controllo dei ruoli chiave di governo e dell'esercito, per decenni, oggi si trova ampiamente esclusa da ogni possibilità di influenzare la politica irachena. La vita politica del paese è, quindi, in una fase estremamente delicata. Le forze di governo, che hanno impiegato diversi mesi per formare una coalizione, potrebbero ritrovarsi presto coinvolte in una nuova fase conflittuale. Nonostante ciò il primo ministro sembra non curarsene, procedendo separatamente nel perseguimento di una propria strategia, incentrata al rafforzamento del proprio potere personale.

Alla crisi politica accentuatasi nelle ultime ore, si aggiunge l'aggravarsi della crisi statuale. Nel nord del paese la componete curda si è organizza politicamente, ormai da anni, in condizioni di semi indipendenza dal resto del paese. Esercitando una forte influenza anche sulle modalità di gestione delle risorse petrolifere presenti nella propria regione. Ma la volontà di lasciare l'Iraq in balia del governo di Baghdad, e proseguire da soli per la propria strada, per quanto possibile, è stata espressa anche da alcune componenti sunnite. In alcune aree centrali dell'Iraq è andata diffondendosi la richiesta di costituzione di province autonome, sempre più indipendenti dal governo centrale di Baghdad. Concessioni che al-Maliki non concederà a nessun costo.

 

Alcune Considerazioni sulle Influenze Esterne

Nel sud del paese, ove la componente sciita è ampiamente maggioritaria, la vita sociale, religiosa ed economica subisce forti influenze esterne, ad opera del confinante stato iraniano. Con il trascorrere degli anni, durante l'occupazione americana, questa influenza si è estesa anche nella capitale Baghdad, influenzando le scelte politiche intraprese dai vari governi. Ciò è avvenuto grazie, ma non solo, alla presenza politica sciita nel parlamento. Il fattore che oggi riveste un ruolo fondamentale è la capacità di destabilizzazione che il vicino stato iraniano è in grado di esercitare sull'Iraq. Attraverso il confine fra i due stati sono transitati, per anni, vari esponenti dell'esercito iraniano, nonché membri dei Pasdaran, con il fine ultimo di stabilire in territorio iracheno quella che potremmo definire come una vera e propria “testa di ponte”. Varie organizzazioni armate di provenienza o di diretta istituzione iraniana, si sono stabilite sia nel sud Iraq sciita, sia a Baghdad. Queste organizzazioni sono state addestrate specificatamente all'organizzazione di operazioni di guerriglia, così come di attentati terroristici. Le loro attività vengono stabilite direttamente in territorio iraniano. Anche se altre formazioni di questo genere sono giunte dal Libano e dalla Siria, alle quali si sono poi aggiunte quelle finanziate e supportate direttamente dagli statunitensi in funzione di contrasto, l'Iran resta il più influente degli attori in grado di destabilizzare lo stato iracheno ogni qual volta i propri interessi strategici vengano messi in discussione.

Tornando ai recenti attentati, occorre ribadire che essi non sono il semplice riaffiorare del conflitto sociale fra sunniti e sciiti, come accaduto durante la fase più conflittuale degli scorsi anni. Differentemente, si tratta di un'operazione militare coordinata ed eseguita secondo schemi collaudati. Lo dimostra oltre al metodo operativo, l'assoluta coordinazione e simultaneità degli attacchi, le modalità di confezionamento degli ordigni, fra cui una serie di autobombe coordinate fra loro e la complessiva capacità di concentrare questa enorme “potenza di fuoco” in un singolo giorno nei centri nevralgici della capitale.

Non possiamo sapere se questi attentati siano stati realizzati con il supporto diretto o indiretto di alcuni attori esterni, fra cui Iran o Siria. Tuttavia resta evidente come l'attacco sia frontale e diretto al cuore del paese. Un' azione che accrescendo il livello di tensione sociale, mira ad influenzare il governo e limitandone le capacità di azione.

 

Il Ritiro americano, lo Scenario Regionale e il Dialogo Inevitabile con l'Iran

L'Iraq odierno non è solo uno stato destabilizzato ma, è anche uno stato incapace di risollevarsi dalla crisi sociale e politica nella quale è precipitato. Ciò è dovuto principalmente al fatto che la crisi è si causata da fattori interni ma, questi, sono direttamente derivanti da fattori ed influenze esterne. L'ipotesi di considerare il ritiro statunitense come conseguenza del fatto che l'Iraq odierno sia sulla via della stabilizzazione, considerandolo uno stato realmente indipendente, in grado di confrontarsi sul piano politico regionale, alla pari degli altri attori politici, è assolutamente fantasiosa. Questa ricostruzione non corrisponde alla realtà e le conseguenze politiche derivanti, devono essere prese in considerazione e non lasciate cadere, nel disinteresse della comunità internazionale. La stabilizzazione interna dell'Iraq passa solo ed esclusivamente attraverso una nuova fase di dialogo fra gli attori regionali. Un aperto confronto con l'Iran permane l'attività principale da intraprendere. Da anni l'Iran ha avviato un programma politico che punta all'espansione delle sue capacità di influenza sul piano internazionale, coinvolgendo tutti gli stati confinanti e divenendo un attore fondamentale sul piano strategico regionale. In questa sua ascesa è stato indiscutibilmente favorito dagli errori commessi dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale, con la “Guerre al Terrorismo” in Afghanistan prima, e con la “Guerra Preventiva” in Iraq poi. Proseguire con prove di forza, sul modello delle recenti guerre, o tramite e attività altamente conflittuali, come le esercitazioni militari nella regione, comporterà solo ed esclusivamente un'ulteriore destabilizzazione regionale, con dirette conseguenze a livello mondiale.

Nell'attuale fase storica, molti degli attori internazionali che esercitano influenze nella regione mediorientale, come Stati Uniti, Cina e Russia, rischiano di intraprendere azioni altamente controproducenti e destabilizzanti. Ciò è in parte conseguenza della loro incapacità di prendere atto della nuova e mutata situazione sul piano internazionale. La nuova fase multipolare, non è dettata solamente della nascita di nuove potenze emergenti a livello globale. Semplicemente, la nuova fase multipolare, non è una fase multipolare caratterizzata da circostanze simili a quelle presenti nelle fasi multipolari del passato. E' una fase in cui anche gli attori regionali, che non possono aspirare al ruolo di attori globali, mirano a ritagliarsi ruoli chiave sfruttando la loro capacità di influenzare l'economia globalizzata e se necessario compiendo atti di guerra asimmetrica. Con questi attori non si può dialogare e confrontarsi sulla base di modelli politici e diplomatici appartenenti, ormai, al passato. Nonostante tutte le indiscutibili problematiche che ne conseguono, per giungere ad una maggiore stabilizzazione regionale, che riguardi sia l'Iraq cosi come l'Afghanistan, non vi è nessun' altra strada se non quella di percorrere un serio percorso di dialogo con la nuova potenza iraniana, coinvolgendo tutti gli attori regionali.

Lorenzo Adorni


Questo articolo è stato pubblicato anche sul blog di Aldo Giannuli

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